Confortevoli minchionerie

“Ciao, sto cercando di affittare il mio monolocale a Parigi per il mese di Agosto. Si trova nel 14 emo [sic],a fianco di rue Daguerre, una via ricca di caffe [sic] e ristorantini simpatici, commerci [sic] e tre linee metropolitane. L’appartamento si trova al 5 piano, con vista bellissima, 28 metri quadri con tutti i confort [sic] possibili (wifi [sic] e telefono inclusi). Se siete interessati contattatemi!!”

È il regalo di questo luglio bianco e solitario nelle quattro mura condizionate, la sintesi perfetta delle commodities parigine, questo quasi-sintagma. L’annuncio di subletting (ma non è illegale?) di un’amica di un’amica (ah,  facebook!). Questa è, la Parigi-obiettivo della generazione Erasmus: un coacervo di confortevoli minchionerie. Adoro quando la realtà, a distanza di mesi, mi dà conferma di intuizioni e sentori. Adoro quando la realtà si fa sintesi delle mie sintesi e mi sopravanza in fantasia: mi supera in efficacia, mi bissa in sublime. Parigi per costoro è la metro (“tre fermate”), i ristorantini (“simpatici”) e un mac bianco. E una Nikon reflex digitale, perché no. E tanti scialle. Parigi è l’adolescenza pagata da papà, o qui o Sarkozy. Poi ’sti cazzi sulla pelle di chi, si sono fatti, i soldi dati a loro. Parigi è meta di ricchioni in pectore (alt! omofobo no: chiedi in giro, prima di sputare sentenze) e donne inutili. Quelle che manco fanno il gesto, di sparecchiare quando ospiti. Quelle incapaci di cure. A nessuno. Nemmeno a loro stesse.

Che proni, che vili. Pronti a sposare i benefici di cause altrui e pagate da altri. Ad abbracciare l’estetica, di questa gente estranea. Lingua in primis. A farsi pariggini. Anche nei vezzi gergali (“Cavour-e”). Chissà che ridicoli sembrano, agli autoctoni. Incapaci di lotte nei confini patri (ma ti diranno “Non si può, il Paese impède, osta, mutila, castra, osteggia! Non prospetta, non aiuta, non supporta!”; al che tu: “Ma io?!”; e loro: “Tu sei fortunato!”), costoro si fanno apparìggi portabandiera dei più triti topoi borghesi (Pier Paolo, come lo capisti tu…): l’anti-stato, la riflessione (sempre ’ntellettuale, intendiamoci… tra ’ntellettuali, espatriati… proletari manco a parlarne: non ne conoscono uno) ponderata sul marciume, la corruzione, lo stato sociale in crisi e vario ciarlare.

Sotto quale egida? Quella della sinistra extra-parlamentare, ovvio. Quella tronfia e retorica, quella extra perché non votata più (ci hanno fatto caso?!) Quella del tizio che vuole una Matria accanto alla Patria. Nicola, scusa… E madrepatria? E lingua madre?! Nicò, io voglio una patria una matria e una nutria: me le trovi tu?! E le posso tenere tutte assieme in giardino?

Ho sempre odiato i frequentatori di tavolini. Io di mio parlo coi baristi, socializzo coi camerieri. Odio farmi servire. Da sempre. Non fare un cazzo mentre altri lavorano… mi urta. Mi sovviene Busi, la sua Parigi di marchette e panchine. Il suo gridare “Non sono un intellettuale, come ti permetti! Io mi guadagnavo il pane, a Parigi, sgobbavo come un mulo!” Vero, Aldo, vero: Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo. Verissimo.

Magister, fammi un favore: smentisci quello che mi hai detto sul sagrato di San Pietro e torna a scrivere. Magari di Parigi, ti va? Magari contra Erasmus (–um?!), magari pro Bassa Veneta, ma scrivi: c’è bisogno di verità. Verità da sbattere in faccia a questa pletora di pavidi, pasciuti, insopportabili consumatori di miti.