Cinema
“Cartel Land” di Matthew Heineman
Sul fronte di una guerra mai dichiarata
di Francesco Vannutelli / 8 ottobre
Al festival Internazionale a Ferrara c’è stata l’opportunità di vedere in anteprima italiana Cartel Land, il documentario del regista Matthew Heineman già premiato al Sundance Film Festival. Una storia dura, difficile anche da accettare oltre che da vedere.
La zona di frontiera tra Messico e Stati Uniti, di fatto, è una terra di nessuno. O meglio, è la terra dei Cartelli. Lo dice Tim Foley, un veterano ex tossicodipendente e alcolizzato che ha deciso di mettere su un gruppo di vigilantes, l’Arizona Border Recon (hanno pure una pagina Facebook, questa qui) per pattugliare il confine, per fermare gli immigrati irregolari e il traffico di droga, per bloccare i cartelli. La polizia è a un’ora e mezzo di distanza, di fatto non c’è nessuno che può difendere gli abitanti del profondo sud dell’Arizona. Per questo Foley e gli altri hanno deciso di organizzarsi per conto loro, perché lo stato non c’è, perché il governo non difende più il popolo e segue interessi che sono altri rispetto a quelli dei cittadini. Molto più a sud, nello stato messicano centrale di Michoacán, il dottor Manuel Mireles ha deciso di prendere le armi e organizzare l’Autodefensa, un’organizzazione paramilitare per contrastare l’avanzata dei cartelli e la corruzione delle forze ufficiali. Da piccolo gruppo di volontari, l’Autodefensa diventa sempre più grande fino a costituire un problema per il governo messicano.
Le attività criminali dei cartelli messicani lungo il confine tra Stati Uniti e Messico sono cosa nota da quando esiste l’attuale organizzazione del mondo occidentale e da quando la letteratura e il cinema, dopo la cronaca, hanno iniziato a occuparsene con sempre crescente attenzione, non è una novità. Quello che non si è mai visto è la verità dei fatti. Heineman si è calato nella realtà della lotta contro la malavita organizzata, esponendosi in prima persona con la sua telecamera per filmare quella che si può chiamare resistenza allo strapotere dei cartelli. È una visione dal basso, quella che si vede in Cartel Land, un punto di vista che coincide con quello delle persone schiacciate dalla criminalità e abbandonate dall’autorità. Da una parte del confine, negli Stati Uniti, è il white trash, gli ultimi della società, i dimenticati, a opporsi a quel senso di abbandono che sente su se stesso e sul paese, a lottare per un cambiamento che sente necessario, come momento evolutivo personale e collettivo. Foley ha fatto i conti con gli eccessi del suo passato e ha provato a cambiare se stesso e il Paese che abita. Nel Michoacán, il dottor Mireles ha iniziato a lottare per riportare quella legalità che manca, quel senso di sicurezza e di tranquillità che il governo non è più interessato a garantire e che i cartelli distruggono ogni giorno con decapitazioni e minacce.
Il regista Matthew Heineman si è esposto in prima persona filmando da vicino l’attività del gruppo di Autodefensa in quella che è di fatto una zona di conflitto. Perché nel Michoacán le sparatorie sono all’ordine del giorno, e la telecamera di Heineman non si è tirata indietro neanche per un momento, è rimasta lì a raccontare sempre quella che è una guerra a tutti gli effetti. Sul piano puramente cinematografico, Cartel Land riesce a unire insieme i ritratti di umanità perduta di Roberto Minervini, in particolare quello della seconda parte di Louisiana, con l’azione di film come Sicario (c’è tutta una sequenza con i visori notturni), con la differenza chiave che quello che Heineman film è la verità. Il valore del documentario, però, va molto oltre il puro discorso filmico.
Cartel Land trascina oltre le porte dell’inferno, scaraventa in una terra di solitudine in cui regna l’anarchia e la corruzione. Dalla parte statunitense del confine, Foley pattuglia una normalità minacciata e sente il senso di giustizia della sua lotta. Di là, in Messico, Mireles si illude che il cambiamento sia possibile e sopporta tutto, il pericolo, le minacce, un misterioso incidente aereo che gli paralizza metà volto. La sua è una lotta serena che non vorrebbe neanche essere armata. Non è solo una lotta contro il crimine, è una battaglia contro la desolazione in cui è sprofondata la natura umana. Proprio per questo, è una lotta che non può vincere in nessuno modo, e che lascia con quel desolante senso, anche da parte di chi guarda, che niente possa essere fatto per bloccare un declino di cui tutti sanno tutto ma che interessa a pochi fermare.
(Cartel Land, di Matthew Heineman, 2015, documentario, 100’)
LA CRITICA - VOTO 8/10
Il documentarista Michael Heineman riesce a fare un grande film all’interno della confezione del documentario. La vicinanza alle scene di azione, alle sparatorie e al pericolo sembrano rimandare alla finzione di Hollywood. La differenza, però, è che tutto quello che si vede, nella sua cruda e raschiante violenza, è autentico.